Identità

Non siamo solo il prodotto di una famiglia, di un paese e di una comunità. Siamo anche il risultato delle nostre letture, il prodotto della nostra bibliografia, oltre che biografia.

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Cielo e terra

Non potrai mai bastare. Invece basta.

Non potrà mai restare. Invece resta.

Non potremmo mai essere, e invece siamo. Continuiamo ad essere.

Slanci infiniti verso il cielo e mani calde nella terra.

Lo scivolone di Giorgione

Adoro Giorgione, però mi tocca dare ragione a Norma Rangeri.

Dal Manifesto: “L’autodifesa del presidente”

Molti di noi ricordano come fosse ieri dov’erano quell’estate di vent’anni fa, quando arrivò la notizia dell’attentato a Paolo Borsellino e lo choc di via D’Amelio si sovrappose alle immagini della carneficina di Capaci. Oggi siamo ancora qui a cercare qualche verità parziale sugli esecutori e nessuna luce sui mandanti, come sempre recita il copione delle stragi nella storia italiana. Non abbiamo risposte sull’attacco allo stato, rappresentato in quegli anni dalla trincea del pool antimafia, ma sappiamo che la domanda di fondo sulla morte di Borsellino è «sul perché è stato ucciso» come osservava ieri il magistrato Antonio Ingroia, in una delle tante e partecipate occasioni di ricordo del giudice. Capire perché, e impedire che la ragion di stato possa mettersi in mezzo tra questi morti e la verità. Che sarà verità processuale per quanto si riferisce all’inchiesta dei magistrati palermitani, e verità politica quando e se gli uomini delle istituzioni decideranno di raccontare anziché balbettare, telefonare, tacere. Su tutti e due i fronti, giudiziario e politico-istituzionale, è intervenuto ieri il Presidente della Repubblica nel suo messaggio, un testo scritto, all’Associazione nazionale magistrati, riunita a Palermo. E’ un messaggio di partecipazione al ricordo e al dolore ma anche una circostanziata puntualizzazione sulle recenti vicende. E, a seconda delle sottolineature, il capo dello stato veste i panni di presidente del Consiglio superiore della magistratura, di partigiano e antico dirigente del Pci. Napolitano assicura che «alcuna ragion di stato può giustificare ritardi nell’accertamento di fatti e responsabilità», come a fugare ogni perplessità sulle telefonate giunte al Colle per chiedere di intervenire sulle procure. Il presidente si augura che la giustizia proceda «sulla base di analisi obiettive e di assoluto rigore» perché, osserva, per arrivare alla verità sulla trattativa tra mafia e stato bisogna «scongiurare sovrapposizioni nelle indagini, difetti di collaborazione tra autorità preposte, pubblicità improprie». Parole che lasciano aperto il dubbio su analisi poco obiettive e poco rigorose degli uffici giudiziari. Se non ci fosse stato il clamoroso ricorso alla Consulta tutte queste note a margine su come devono essere condotte le indagini forse non le avremmo lette. Come non avrebbe avuto bisogno, Napolitano, di ricordare ai «signori magistrati di Palermo», la sua militanza antifascista, di combattente per la libertà contro la mafia fin dai tempi di Portella, proseguendo con i morti ammazzati del Pci (da Pio La Torre a Cesare Terranova). Come se ci fosse bisogno di fugare ogni minimo dubbio sulla sua battaglia di avversario dell’antistato mafioso, come se avvertisse il bisogno di difendere la propria immagine dagli attacchi seguiti alla scelta di ricorrere alla Consulta contro le intercettazioni dei giudici palermitani. E, a parte le sgradevoli strumentalizzazioni politiche e di stampa, al presidente non può sfuggire il contributo offerto alle polemiche dal comportamento di quel suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, tanto loquace con l’ex ministro Mancino, quanto silenzioso con i magistrati. Ritrovarsi oggi, a pochi mesi dalla conclusione di un settennato molto popolare, criticato da una parte dell’opinione pubblica di sinistra e applaudito dalla destra (sulle intercettazioni come strumento di indagine) non è un capolavoro politico.

La perfezione del dolore

“L’insegnamento principale che mi ha lasciato Lucio Dalla è la capitalizzazione del dolore. Può sembrare cinico, ma capitalizziamo questo dolore, perché serva a qualcosa.”  Samuele Bersani

La prima serata della XIII edizione della Milanesiana ha visto il cantautore bolognese Samuele Bersani tra i protagonisti, assieme a Carlo Verdone e Piero Chiambretti.

Il tema della kermesse 2012 è l’imperfezione, simbolo dell’accettazione del limite umano e dello slancio al miglioramento, dell’andare verso.

Capaci, di ricordare

La memoria spontanea è costituita in gran parte da sensazioni, quelle, proustrianamente parlando, che affiorano spontanee partendo dai sensi, addentando una madelaine, annusando un profumo che sembra arrivare direttamente  dall’infanzia, un viaggio diretto ed innarrestabile dalla sensazione al ricordo.  Le parole di Carmine Fotia riportano al 23 maggio del 1992 e alla strage di Capaci, perchè è là che si dovrebbe tornare grazie anche alle  sensazioni di chi ci è stato.

Di che materia è fatta la memoria? La mia, se torno a quel 23 maggio del 1992, è fatta di odori, di scirocco, di pioggia, di lacrime. L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra. Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre. La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto. Ecco, così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.

Ma la memoria, quella volontaria, quella doverosa, non è fatta solo di esperienza sensibile che dal quotidiano quasi involontariamente, rimanda ad un passato più o meno dolce, più o meno lontano. La memoria volontaria è forzatamente costituita da fatti, che noi che nel  passato c’eravamo, abbiamo il dovere di tramandare ai più giovani. Le senzazioni di Fotia sono supportate dalla coscenza dei fatti.

Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove seguivo per il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su se stesse senza via d’uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra. Questo adesso è un fatto acclarato, ma per averlo detto allora, insieme a Sandra Bonsanti, collega di Repubblica, nel corso di una rovente puntata di Samarcanda , la trasmissione di Santoro e Ruotolo, rischiai fisicamente il linciaggio da parte degli amici di Salvo Lima (che non erano esattamente tipi raccomandabili). Mentre dall’aeroporto corro verso il luogo della strage incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. Simbolo di un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli, nel quale la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi.

«It’s a war», è una guerra. Un cronista di Radiomontecarlo mi dice: «It’s a war». Già, ma in questa guerra lo stato si ferma dopo ogni piccola battaglia vinta, mentre la mafia, giunta all’apice della sua potenza economico-militare, dispiega la propria onnipotenza e dice: io posso tutto, io posso assassinare come un cane, in mezzo alla strada, l’uomo politico che non ha mantenuto le promesse; io posso togliere di mezzo il giudice più protetto d’Italia, il mio nemico numero uno, quello che vi ha costretto a guardare di che cosa sono fatta davvero. E per farlo vi dimostro che posso, letteralmente, sollevare la terra sulla quale camminate. Sapremo dopo che era così cominciata una trattativa che voleva revisione dei processi e abolizione del carcere duro. E che per averla intuita e disapprovata morì Paolo Borsellino. Falcone doveva morire perché aveva guardato il mostro negli occhi, ne aveva compreso il salto di qualità. Non più un insieme di cosche, ma un vertice che governa con il pugno di ferro, che ha intrecciato legami con pezzi della politica e dello stato. L’aveva detto, Falcone, dopo l’attentato fallito alla sua villa dell’Addaura, quando parlò di «menti raffinatissime» che l’avevano ordito. L’aveva detto nella sentenza del processo Maxi-ter a Cosa Nostra quando, parlando dei grandi delitti politico-mafiosi, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Reina e Pio La Torre, li definiva «omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina». La condanna a morte di Giovanni Falcone sta tutta scritta lì. I finti amici di Falcone, i beatificatori postumi, quelli che prima lo chiamavano spregiativamente «il giudice sceriffo», «il giudice comunista», e che oggi lo additano ad esempio contro i suoi colleghi che ancora cercano la verità sulla stagione delle stragi, questi mentitori affermano che lui non credeva nei legami tra mafia e politica. Era tutto il contrario: avendo compreso in quale trama di potere giocasse Cosa Nostra, Falcone cercava gli strumenti per poterli mettere a nudo. Ci provò dapprima con il suo lavoro di magistrato, finché non gli legarono le mani; poi cercando di cambiare dall’interno la politica giudiziaria, delineando la Procura nazionale antimafia. In questo cammino commise anche errori, forse sottovalutò la capacità di irretirlo del potere e sopravvalutò la volontà di taluni di combattere veramente la mafia. Le critiche che gli vennero da chi era stato amico lo ferirono profondamente, ma erano fatte in buona fede e nascevano anche dalla preoccupazione che certe mediazioni, non solo non gli avrebbero consentito di raggiungere i suoi obiettivi, ma lo avrebbero esposto come ostacolo al patto di convivenza tra stato e mafia. Mentre torno a Palermo, vent’anni dopo, rileggo quel che scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato : «Un atto di terrorismo mafioso… l’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la testa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta». Il nostro 11 settembre Allora non sapevo, mentre tornavo a Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggendo su qualche rudimentale cartello la scritta «Falcone sei vivo», non immaginavo che sarei dovuto tornare due mesi dopo, per la strage di Via D’Amelio. E che l’anno dopo la strategia stragista del potere mafioso avrebbe toccato il suo apice. Non ero consapevole che era cominciato il nostro 11 settembre, come mi disse dieci anni dopo la strage Andrea Camilleri, che intervistai per La7 : «Falcone e Borsellino sono i nostri eroi. È come se fossero cadute le nostre Torri Gemelle». Ma non fu solo un giorno, una data: fu un biennio nel quale agì un intreccio tra pezzi della politica e delle istituzioni e poteri criminali che impresse una torsione nettamente antidemocratica alla transizione italiana e del quale ancora non siamo venuti a capo. È questa l’anomalia italiana che non è mai stata superata e che, dopo l’attentato di Brindisi, ha fatto pensare subito a un riproporsi di quegli scenari. Qualunque sia l’esito delle indagini su Brindisi, per questo è sacrosanta la ribellione alla violenza da parte dei giovani e del mondo della scuola. Anche se la mafia ha scelto di abbandonare la strategia dell’attacco militare, non per questo è meno pericolosa. Anzi, nella complicità o nell’indifferenza della politica, ha conquistato le roccaforti dell’economia del Nord, si è insinuata nel tessuto del paese come un veleno sottile, col quale in troppi hanno imparato a convivere. È parte di un sistema di malaffare e di corruzione che corrode la politica e la democrazia. Anche questa è una strage: di libertà, di diritti, di cittadinanza. È giusto dirlo oggi, insieme alla folla di ragazzi e ragazze con i quali sto navigando verso Palermo, per ricordare quel che accadde quando loro non erano ancora nati. Io c’ero, posso raccontare loro il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia. Paolo Borsellino, un maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo, Giuseppe Ayala ripiegato su se stesso, una pertica che pare sul punto di spezzarsi, Giuseppe Di Lello, il nostro carissimo amico Peppino, piccolo e solo, senza scorta, talmente indifeso che ci stringiamo attorno a lui, quasi a fargli da scudo. E poi quelle parole di Rosaria Schifani, quella specie di lamento funebre contro i mafiosi: «Io vi perdono, ma inginocchiatevi… ma no voi non lo fate… non lo fate», che risuonò nella chiesa di San Domenico come una biblica maledizione.

Grazie Carmine, continuiamo a ricordare.

 

MayDay

C’è chi dice non ci sia nulla da festeggiare, ma anche questo primo maggio le piazze italiane si riempiranno di lavoratori, precari, disoccupati, inoccupati, cassaintegrati, studenti, pensionati, perchè il lavoro sia sempre protagonista, e per ricordare l’articolo n. 1 della Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Alle 14.30 concentramento in Porta Ticinese per il Global MayDay milanese. Siateci.

 

67 anni fa, la Liberazione

La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.

Oggi, alle 14,30 da Porta Venezia, manifestazione nazionale per ricordare la Liberazione dai nazi-fascisti.  Milano, capitale italiana della resistenza, sono passati 67 anni, ma la storia siamo sempre noi.